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Un affare di famiglia

  • Uscita:
  • Durata: 121min.
  • Regia: Hirokazu Kore-Eda
  • Cast: Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Akira Emoto, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Moemi Katayama, Kengo Kôra, Chizuru Ikewaki, Jyo Kairi, Yôko Moriguchi, Miyu Sasaki, Naoto Ogata, Yuki Yamada
  • Prodotto nel: 2018 da KAORU MATSUZAKI, AKIHIKO YOSE, HIJIRI TAGUCHI PER AOI PROMOTION, FUJI TELEVISION NETWORK, GAGA
  • Distribuito da: BIM DISTRIBUZION

TRAMA

Una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese cerca di far quadrare i conti commettendo piccoli furtarelli nei negozi. Quando incontrano una ragazzina che pensano essere senza casa, sono felici di accoglierla in casa, ma presto scoprono la verità su di lei e alcuni segreti vengono alla luce.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Taccheggi formato famiglia: il regista e sceneggiatore nipponico Kore-eda Hirokazu è partito dalla constatazione che “solo i crimini ci tengono insieme”. E ha messo davanti alla macchina da presa del suo nuovo film, Shoplifters , in concorso a Cannes 71 le frodi sulle pensioni e i genitori che obbligano i figli al taccheggio: “reati particolarmente osteggiati in Giappone, ma mi domando perché la gente sia così arrabbiata di fronte a queste infrazioni minori laddove c’è chi viola la legge più gravemente senza alcuna condanna”. Ecco dunque Osamu (Franky Lily, era il padre disagiato di Like Father, like Son ) e il figlio Shota (Kairi Jyo) far ritorno a casa dopo un furtarello al supermercato e imbattersi nella piccola, maltrattata e abbandonata Juri (Miyu Sasaki), prenderla con sé e presentarla agli altri membri della famiglia: sua moglie Nobuyo (Ando Sakura), la cognata Aki (Matsuoka Mayu), la madre Hatsue (Kiki Kirin). Pur povera, mal accomodata in una casetta di legno e un tot disfunzionale, la famiglia sembra felice, affiatata, affettuosa, ma sarà proprio così? Non diceva forse Lev Tolstoj che “tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”? Senza svelare inutilmente, e nocivamente, dettagli della trama, Shoplifters riconsegna il Kore-eda specializzato nelle geometrie variabili della famiglia, dalla sorellanza alla paternità (biologica e culturale), dai rapporti di coppia alla camera altezza bambino: quello che conosciamo e apprezziamo da tempo, insomma, capace di capolavori ( Like Father, Like Son , 2013) o meno ( Umimachy Diary , 2015). Qui siamo sul secondo versante, ché se ci sono sequenze e interpretazioni – il bambino è bravissimo, e pure il padre – che toccano dentro e mettono allo specchio, nondimeno, il meccanismo narrativo è perfettibile: più di qualche inverosimiglianza, non elusa da un certo afflato fiabesco; più di qualche ellissi colpevole; più di qualche semplificazione nello scioglimento. Insomma, non latitano simpatia per gli ultimi, discernimento valoriale – talvolta, si sa, il fine giustifica i mezzi, anche perché “le merci al supermercato non sono di nessuno”, predica il padre – e sensibilità di tratto, ma mancano risolutezza poetica e compattezza drammaturgica: chi li ha rubate?

  • Corriere della Sera

    (...) Fondamenta sociali, ma all'autore interessano probabilità e imprevisti di essere padri e figli, analizzando le carriere d'un gruppo spinto fuori dalle regole vigenti ma capace di annodare un nodo scorsoio di affetti. Bellissimo da vedere, il film sedimenta dentro e ogni immagine conserva un'offesa: Kore-eda scala le vette poetiche di Ozu ma non arriva in cima, ci va vicino con altri arpioni.

  • la Repubblica

    (...) una famiglia sui generis (anche biologicamente), ma per certi versi, autentica, ideale, quella che poco a poco ci viene svelata da Hirokazu Kore-eda nel suo ultimo film. (...) Rispetto agli altri suoi film, però, in cui i conflitti sono quasi increspature, qui assistiamo al progredire una storia con colpi di scena, pur tra le maglie di uno stile sempre quieto: inquadrature fisse, musiche sobrie e melanconiche, prevalenza di campi medi e lunghi; finché nella parte finale si passa a dei primi piani frontali, rivelatori, in una soluzione tutta in levare, magistralmente costruita per ellissi di regia e di sceneggiatura. (...) A suo modo 'Un affare di famiglia' è, nel senso migliore, 'un film di buoni sentimenti'. Solo che questi sentimenti sono opposti ai legami sociali e biologici ufficiali. Una specie di utopia, piena però di zone d'ombra e contraddizioni al proprio interno, anch'esse narrate e accettate pienamente dallo sguardo del regista. Non c'è insomma nemmeno un conflitto schematico, tra il calore di dentro e il gelo di fuori (anche se fiori cade la neve). Comunque, il ritratto della società giapponese, indiretto, è durissimo. E l'immagine che rimane è l'ambientazione, una specie di villetta da fiaba, incastrata tra i condomini, rimasta fuori dal tempo e dalla disumanità. Un'immagine che riporta in mente il titolo di un saggio sulla famiglia di qualche decennio fa: un rifugio in un mondo senza cuore.

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